L’inversione del campo magnetico può essere imminente, ma non ci annienterà

Non la si può certo definire una buona notizia: uno studio appena pubblicato su Nature Geoscience sostiene che l’inversione dei poli magnetici, che avviene in media ogni 10.000 anni, è immminente. La ricerca si basa sulla tesi che la periodica inversione del campo magnetico della Terra possa essere prodotta dalla crescita asimmetrica del nucleo terrestre. Una parte del nucleo solido della Terra aumenterebbe infatti le sue dimensioni mentre l’altra metà andrebbe incontro a un processo di liquefazione. E l’asse del campo magnetico terrestre è situato lungo l’emisfero in espansione. Secondo Peter Olson e Renaud Deguen della John Hopkins University, ci sono evidenze che suggeriscono che la prossima inversione del campo magnetico sia imminente. Lo slittamento rapido dell’asse verso est negli ultimi secoli potrebbe essere un precursore del fenomeno. Tuttavia, i due scienziati ammettono di non poter compiere previsioni più precise, a causa dell’imprevedibilità del nucleo terrestre.

Ad ogni modo, ricordano gli studiosi, e il loro collega Bruce Buffett dell’Università di Berkeley, i danni di una simile inversione allo stato attuale della nostra civiltà sarebbero enormi, in termini di danni ai sistemi di comunicazione e alla rete elettrica. Ma il temporaneo indebolimento del campo magnetico durante l’inversione non avrebbe conseguenze sugli esseri umani e sulle altre specie viventi, altrimenti a ogni ripetersi del fenomeno avremmo avuto un’estinzione di massa e la civiltà umana non si sarebbe mai affermata. Quindi no, niente estinzione dell’umanità. Ulteriori ricerche nel settore sono comunque importanti per permettere di predire con precisione quando avverrà il prossimo slittamento, per prendere tutte le precauzioni necessarie a limitare al minimo i danni potenziali.

(fonte: New Scientist)


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Gli esperti di Cambridge si uniscono per prevenire l’estinzione della civiltà

Se c’è qualcuno che può parlare a ragion veduta di fine del mondo, o meglio  di fine dell’umanità, quello è uno scienziato. Negli ultimi anni, un numero  crescente di scienziati ha cominciato a lanciare allarmi sul nostro prossimo  futuro. Un tempo, i grandi scienziati e filosofi – come Albert Einstein e  Bertrand Russell – sollecitavano i governi a mettere da parte le bombe nucleari.  Ora che la Guerra fredda è un ricordo lontano, i rischi per l’umanità sono  altri. Anzi, secondo Sir Martin Rees “questi rischi stanno diventando sempre più  grandi invece di ridimensionarsi, ed è sorprendente quanto poca attenzione  suscitino”.

Per questo motivo, il baronetto e Astronomo Reale, docente emerito di  astrofisica e cosmologia all’Università di Cambridge, ha deciso di fondare  proprio nel prestigiosissimo ateneo inglese dove insegna un “Centro per lo Studio del Rischio  Esistenziale” (CSER, Center for the Study of Existential Risk),  insieme al filosofo Huw Price, che siede alla cattedra di Cambridge che fu di  Bertrand Russell, e a Jaan Tallinn, co-fondatore di Skype e fisico teorico. Tre  dei migliori cervelli del mondo con lo scopo di analizzare e comprendere i  rischi che l’umanità dovrà affrontare nel XXI secolo, da Martin Rees definito  qualche anno fa il “secolo finale”.

Nel suo bestseller Our Final Hour, pubblicato anche  in Italia nel 2004 con il titolo Il secolo finale. Perché l’umanità rischia  di autodistruggersi nei prossimi cento anni, l’astrofisico britannico  sosteneva che la nostra civiltà ha il 50% di possibilità di scomparire dalla  faccia della Terra entro la fine di questo secolo. E questo perché  l’interdipendenza raggiunta, la vulnerabilità dei sistemi tecnologici, le  minacce prodotte da un uso sconsiderato delle biotecnologie, la facile  diffusione delle malattie, insieme al rischio del terrorismo internazionale,  fanno di quest’epoca la più rischiosa della storia umana.

La minaccia delle armi nucleari potrebbe presto essere soppiantata da  una nuova generazione di pericolose tecnologie, prodotte dall’uso  sconsiderato delle nanotecnologie, dell’intelligenza artificiale, di virus  prodotti in laboratorio. Anche se il pericolo maggiore viene dai cambiamenti  climatici. “Il nostro intento è di creare un gruppo che possa focalizzarsi su  queste minacce ancora poco studiate”, spiega Martin Rees alla redazione di “io9”, influente magazine on-line americano sulla scienza del futuro. Rees ammette che  molte di queste minacce – a esclusione del cambiamento climatico – sono molto  improbabili; ma i rischi che comportano possono essere devastanti.

Il problema non è la scienza, chiariscono i fondatori del CSER, ma il  cattivo uso che persone non adeguatamente preparate possono farne. Un  esempio è il cosiddetto gray goo: il termine fu introdotto nel 1986  dall’ingegnere e biotecnologo Kim Eric Drexler nel suo libro Engines of  Creation (“I motori della Creazione”). Secondo la sua tesi, esperimenti di  nanotecnologia potrebbero condurre alla creazione di nanorobot capaci di  annientare l’umanità. Questi nanorobot potrebbero essere iniettati  nell’organismo umano per curare malattie, e resi capaci di autoreplicarsi  attraverso l’impiego di sostanze presenti nel nostro corpo. Ma, qualora ne  venisse perso il controllo, l’autoreplicazione proseguirebbe all’infinito,  producendo una nanosostanza biotecnologica (il “gray goo”, appunto) che  finirebbe per consumare tutti gli elementi disponibili sulla Terra,  distruggendola. Secondo alcuni calcoli, il gray goo riuscirebbe a raggiungere la  massa stessa della Terra nell’arco di due giorni.

La minaccia delle armi nucleari potrebbe presto essere soppiantata da  una nuova generazione di pericolose tecnologie, prodotte dall’uso  sconsiderato delle nanotecnologie, dell’intelligenza artificiale, di virus  prodotti in laboratorio. Anche se il pericolo maggiore viene dai cambiamenti  climatici. “Il nostro intento è di creare un gruppo che possa focalizzarsi su  queste minacce ancora poco studiate”, spiega Martin Rees alla redazione di “io9”, influente magazine on-line americano sulla scienza del futuro. Rees ammette che  molte di queste minacce – a esclusione del cambiamento climatico – sono molto  improbabili; ma i rischi che comportano possono essere devastanti.

Il problema non è la scienza, chiariscono i fondatori del CSER, ma il  cattivo uso che persone non adeguatamente preparate possono farne. Un  esempio è il cosiddetto gray goo: il termine fu introdotto nel 1986  dall’ingegnere e biotecnologo Kim Eric Drexler nel suo libro Engines of  Creation (“I motori della Creazione”). Secondo la sua tesi, esperimenti di  nanotecnologia potrebbero condurre alla creazione di nanorobot capaci di  annientare l’umanità. Questi nanorobot potrebbero essere iniettati  nell’organismo umano per curare malattie, e resi capaci di autoreplicarsi  attraverso l’impiego di sostanze presenti nel nostro corpo. Ma, qualora ne  venisse perso il controllo, l’autoreplicazione proseguirebbe all’infinito,  producendo una nanosostanza biotecnologica (il “gray goo”, appunto) che  finirebbe per consumare tutti gli elementi disponibili sulla Terra,  distruggendola. Secondo alcuni calcoli, il gray goo riuscirebbe a raggiungere la  massa stessa della Terra nell’arco di due giorni.

Scenari più fantascientifici che scientifici, certo. Ma in  generale una qualsiasi nuova tecnologia non adeguatamente studiata e messa in  mano a persone incompetenti o, peggio, malintenzionate, potrebbe produrre gravi  danni. Nel 2002 la rivista Wired lanciò una gara di scommesse per  raccogliere contributi di illustri “futurologi” sulle prospettive a lungo  termine della nostra civiltà. Martin Rees puntò 1000 dollari sulla possibilità  che entro il 2020 un episodio di bioterrorismo uccida un milione di persone.  Certo, erano gli anni successivi all’11 settembre e la paura del terrorismo  internazionale teneva banco. Oggi queste paure sono relativamente  ridimensionate, e le misure di sicurezza enormemente aumentate; ma non c’è  dubbio che liberando il virus del vaiolo in una grande metropoli ci siano alte  possibilità di far vincere a Rees la sua atroce scommessa.

Nick Bostrom, pioniere degli studi sul rischio estintivo e docente di  filosofia all’Istituto per il futuro dell’umanità di Oxford, ritiene  essenziale che le università comincino a inserire nei loro programmi didattici  dei corsi sul futuro della nostra civiltà, che includano l’analisi delle  prospettive di rischio del genere umano. Il CSER è stato fondato lo scorso  aprile e in autunno inizierà le proprie attività, con l’obiettivo di dar vita a  un centro di ricerca multidisciplinare aperto ai contributi di altre realtà.  Certo, i suoi fondatori non sono soli. Altri studiosi illustri, come il fisico  teorico Stephen Hawking e il biologo Jared Diamond (autore di due besteller  eloquenti: Armi, acciaio e malattie e Collasso. Come le società  scelgono di vivere o morire), da tempo battono il tasto sul rischio che  l’umanità sta correndo. La speranza è che le migliori menti di questo secolo si  uniscano e, come in una sorta di “lega degli uomini straordinari”, traghettino  la civiltà fuori dal tunnel dell’autodistruzione.

Pubblicato per la prima volta su Scienze Fanpage del 9 luglio 2012 http://scienze.fanpage.it/


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