La Grande Paura
In un articolo di qualche anno fa pubblicato sulla rivista Quaderni d’Altri Tempi e ripubblicato qui sull’Osservatorio Apocalittico, dal titolo “La sindrome del day-after”, parlavo delle paure di massa, e nello specifico di quelle paure legate all’immaginario apocalittico. Per uno scherzo del destino, visto il mio cognome, ho continuato ad approfondire il tema e sull’Osservatorio Apocalittico godo certo di una posizione d’osservazione privilegiata. Qualche giorno fa ho letto con attenzione un articolo sulla paura di massa della società moderna pubblicato da Maria Laura Lanzillo, docente di filosofia politica, su Nuova informazione bibliografica. Mi sembra che le riflessioni fatte in quella sede, anche se applicate a un discorso diverso, siano del tutto condivisibili. La paura di massa scatenata negli ultimi anni dal terrorismo, per esempio, ha alimentato a sua volta la nostra sensazione di vulnerabilità, alimentando l’ossessione securitaria dei catastrofisti, che si sentono continuamente minacciati da catastrofi di ogni tipo. Essenzialmente, però, mi sembra che due siano i fattori alla base della “Grande Paura” di quest’età post-moderna che temeva il 2000 e teme il 2012.
Il primo fattore è quello ben noto della “società del rischio”, corollario inevitabile di una società che si affida agli esperti per il suo funzionamento. Il divario sempre più ampio tra chi sa e chi non sa, in un determinato ambito, ci costringe ogni giorno, nel corso della nostra esistenza quotidiana, a compiere un “atto di fede”, a mettere le nostre vite nelle mani di esperti. Lo facciamo quando saliamo su un aereo, ma anche su un banale vagone della metropolitana: non siamo noi a condurre il veicolo, non sappiamo chi ci sia alla guida e fondamentalmente cerchiamo di non pensare al fatto che una piccola distrazione di quel misterioso conducente possa risultarci fatale. Ma anche quando accendiamo il computer e ci connettiamo a Internet, dipendiamo da tecnologie lontane da noi: non controlliamo la linea telefonica che ci dà il segnale, né il server remoto sul quale gira il sito Internet che stiamo visitando. Da un momento all’altro potremmo essere tagliati fuori dal mondo, e questo ci preoccupa: siamo infatti profondamente legati alla tecnologia digitale e pensare di stare solo pochi giorni senza Internet ci provoca angoscia. Ecco allora che sentire di una tempesta solare che potrebbe provocare un black-out basta a gettarci nel terrore: i media lo sanno, e cavalcano questa paura per attirare i lettori, anche se le tempeste solari non hanno mai provocato black-out significativi.
Ci spaventa, insomma, ciò che non conosciamo e non comprendiamo. Questo dovrebbe spingerci a studiare di più. E’ noto che molte persone terrorizzate dagli aerei superano le loro paure dopo aver frequentato un corso che permette loro di scoprire la dinamica del volo e i sistemi che rendono l’esperienza ragionevolmente sicura. Allo stesso tempo, studiare la scienza permetterebbe a molte persone di superare paure dettate dall’ignoranza, come quelle per le tempeste solari, gli allineamenti planetari o le inversioni del campo magnetico.
Il secondo fattore è invece quello della “teoria del complotto”. Nella società del rischio, come abbiamo visto, è necessario avere fiducia nel prossimo, al quale ci si af-fida. “Avere fiducia vuol dire aprirsi all’altro e al mondo, esporsi e dunque assumere il rischio anche del tradimento”, scrive Lanzillo nel suo lavoro sulla paura. Ebbene, la paura del tradimento è ciò che alimenta il complottismo, le cui origini moderne risalgono perlomeno alla Rivoluzione francese e al timore di quel “complotto aristocratico” che avrebbe dovuto soffocare in un bagno di sangue la Francia rivoluzionaria. La paura dei complotti alimenta oggi lo scetticismo di coloro che sostengono che nulla sia come sembra, che non ci si debba mai fidare delle istituzioni, le quali tramano per i loro fini occulti, tutti tesi a distruggere la libertà individuale. E’ inutile dare ascolto ai toni rassicuranti della NASA sull’inesistenza di Nibiru, insomma: la NASA, in quanto istituzione, non direbbe mai la verità, essendo suo compito quello di nasconderla. La teoria del complotto presuppone che esista una realtà oscura, all’ombra di quella apparente che esperiamo quotidianamente, un livello superiore – o inferiore – che ci è precluso. E poiché, come abbiamo visto, ciò che fa paura è soprattutto ciò che non si conosce, la teoria del complotto si salda con la società del rischio nel favorire l’emergere di una “Grande Paura” che trova nella sindrome del day-after una sua naturale espressione.
Naturalmente sarebbe ingenuo ipotizzare che la politica ci dica sempre la verità. Ma oggi sappiamo che le bugie hanno le gambe corte e che prima o poi escono tutte allo scoperto. In questi giorni tra le mie letture c’è La civiltà dell’empatia di Jeremy Rifkin, uno dei pochi “futurologi” che esprime una visione ottimistica del futuro, lontana dalle sirene catastrofiste di molti suoi colleghi. Empatia vuol dire capacità di comprendere e simpatizzare con il prossimo, fidandosi dell’altro. Se questa fiducia non esiste, se non siamo empatici verso il nostro prossimo, rischiamo di isolarci, chiuderci in noi stessi, bombardati da notizie capziose che filtriamo attraverso la nostra paura individualista ed egocentrica. Saremo destinati a diventare misantropi e condannati all’infelicità. Non è questo il modo migliore di vivere: perciò, perché aver paura della fine del mondo?
Continua a leggere..


